la mia culla ikea

Mi tuffo nella quiete della provincia: un fratello neosposo con cui mantenere fitte relazioni e una cognata biondocchiazzuri mi attendono per una cena vegetariana. TheFirst, mio padre, e theFirstLady, mia madre, convergono anch’essi verso la campagna, il verde, l’aria aperta.

Le cucine moderne, gli elettrodomestici silenziosi, i mobili di design sono arrivati anche nell’antico regno del rustico. Il tavolo di cristallo ospita diverse portate e l’argenteria scintilla sopra i tovaglioli di lino: è la prima cena ufficiale della coppia di sposini. Dopo una serie di convenevoli all’apparenza interminabili, ci sediamo a tavola.

Mio padre vuole una casa nuova, che abbia il bearseau in giardino. Non ho la più pallida idea di cosa sia, e dalla sua spiegazione deduco si tratti di qualcosa in cui parcheggiare le auto in inverno e sistemare il barbeque in estate. Deve trattarsi di una chiccheria francese che noi italiani chiamiamo tettoia.

“Se la comprate, torno a vivere con voi.”

TheFirstLady quasi s’ingozza con uno gnocco di spinaci, le tocca sputarlo nel tovagliolo e ricomporsi come se niente fosse. “Non sei grande abbastanza per poter restare dove sei?”

TheFirst continua a parlare con la forchetta in mano: del giardino, della piantumazione degli alberi: “Il periodo migliore è l’autunno,… e l’illuminazione, voglio l’illuminazione in giardino.”

“Siete in piena crisi della terza età.” Interviene mio fratello dal suo posto a capotavola.

“Vero.” Confermo io, “E pensare che siete partiti con l’idea di cambiare la cucina.”

Abbandono la tavola per andare a sedermi sul divano. Mi sento sovrastato dalla gigantografia di Marilyn Monroe appesa alla parete alle mie spalle: un viso in bianco e nero e un tocco di sempiterno rosso sulle labbra sorridenti. Mia cognata wannabecenerentola mi raggiunge con un corposo catalogo di mobili: “Tu che hai buon gusto, mi aiuti a scegliere il tavolino del soggiorno?”

Le dedico un’ora circa di opinioni raffazzonate: “Dovrebbe avere la duplice funzionalità di posa oggetti e poggiapiedi, non credi?”

Continuo a non capire come mai creda che io me ne intenda: il mio nido firmato Ikea è stato un processo rapido e indolore – letto matrimoniale, comodini, armadio, libreria, tavolino per TV e Playstation, scrivania, box componibile nero per alcune vecchie foto. Tutto innocentemente bianco, ad eccezione della scatola nera. E’ come quella degli aerei: la mia memoria.

Concludo con una dichiarazione solenne: “Comunque, se proprio devo scegliere, un puff per appoggiare i piedi è meglio di un tavolino”, e viene accolta con più clamore di una sentenza della Corte Costituzionale.

Un vecchio molto saggio, rasato e vestito con una tunica bordeaux e arancione, anni fa, nell’incontrarmi, aveva sentenziato che la cosa più importante per me, ieri, oggi e domani, sarebbe stata sempre l’amore. Oggi, dopo un viaggio in Tibet e la carenza d’ossigeno che ti sveglia la notte con i polmoni schiacciati, ho compreso che non c’è casa migliore della Pianura Padana, per me. E il valore che perseguo è la giustizia. E forse lo era anche ieri, ma mi dicevo qualcosa del tipo: “è giusto che abbia l’amore.”

Con la coda dell’occhio spio theFirstLady che con la massima riservatezza cerca di raccogliere un gommino dal pavimento: lo ha staccato inavvertitamente dalla sedia e non vuole farsi scoprire. E’ buffa, è proprio mia madre, penso. Non c’è gioiello prezioso o grembiule da cucina che la possa cambiare.

Regola numero 8: la mamma è sempre la mamma, non c’è anaffettività che tenga.

Li invidio tutti, hanno un futuro pieno di bellissime prospettive, che sia di vecchiaia sotto un bearseau, o di pargoletti da cullare su un divano nuovo. L’incertezza della solitudine era la più grande avventura che potevo immaginare, dieci anni fa. Accumulare gli attimi. Lasciare che i sorrisi fossero fini a se stessi, limpidi, puri, indipendenti. Che la somma degli attimi mi regalasse giornate uniche, differenti l’una all’altra, e che dalla somma dei giorni avrei ricavato la mia vita perfetta.

Sbagliavo. Me lo insegnò una ragazza dall’accento russo che un pomeriggio autunnale venne colta da un’irrefrenabile voglia di cheesecake al limone. In un american bar di corso Magenta ne era rimasta un’unica fetta ed io, in fatto di cibo, non sono mai stato un cavaliere.

Decidemmo di condividerla mangiandola in silenzio l’uno vicino all’altra. Non era introversa, né taciturna; voleva gustarsi la sua parte di torta senza sporcarne il gusto con le parole. Quando portava alla bocca un boccone di cheesecake, chiudeva gli occhi per concentrarsi sul palato e tutto riappariva: i tavolini di legno, il bancone old style della caffetteria, le madri che compravano la merenda ai loro bambini, i passanti lungo il corso, aldilà della vetrina. Poi riapriva il suo sguardo ghiacciato e il mondo si scostava di lato per restituirle la scena: capelli corvini, pelle candida con una tenue spruzzata di lentiggini, labbra carnose, collo lungo, liscio. Nessuna ruga intorno alla bocca. Sorride poco, pensai, ma quando mi sporcai il maglione facendo cadere un pezzo della mia esigua porzione di torta, mi regalò un sorriso che mi travolse.

Posticipò la sua partenza per San Pietroburgo di qualche giorno, “Per parlare un po’ con te.” Mi spiegò. “Ti piaccio?” Le chiesi impudente. “Mi piace il modo in cui sei libero.” Rispose con la massima serietà, senza badare alla mia sfacciataggine. “Tu non sei uno a cui dire cosa fare e cosa non fare. Sei libero.”

Trascorsero due settimane, chiacchieravamo. La sua infanzia a San Pietroburgo, le scuole in Svizzera, le sciate a Saint Morizt, il mare di Capri. Non era il mio mondo, che da poche settimane avevo varcato per la prima volta le soglie dell’università Bocconi mentre sussurravo Nam Myo Renghe Kiò per non farmi prendere dall’ansia.

Era tempo di rientrare in Russia. “Si è fatto tardi.” Disse passeggiando lungo i bastioni del Castello Sforzesco. Non si era rivolta a nessuno in particolare, guardava il viale alberato davanti a sé, eppure sapevo che non si riferiva all’orario, bensì a me, a noi.

Fermai il passo, mi si bloccò il cuore. “Quindi non ti piaccio?” Non ero più impudente, né sfacciato. Nemmeno libero come credeva lei. Ero ammanettato, aggrovigliato in una matassa di catene e rinchiuso nel sotterraneo più profondo del castello. Ma facevo di tutto per non farglielo intendere dato che, fino a quel momento, mi aveva solo detto di amare il modo in cui vivevo, libero.

Sospirò. Oltre il suo respiro, un attimo infinito – nessuna auto in movimento, un tram fermo ad una pensilina illuminata, pareva abbandonato. La grande fontana della piazza antistante il castello si spense, luci e getti d’acqua sfiorirono all’improvvisio. “Non lo so. Credo che, per te, si stia facendo sempre più tardi.”

“Cioè?” Un refolo d’aria raffreddò l’atmosfera. Rabbrividii e mi strinsi nella giacca. E se quel movimento l’avesse interpretato come una scrollata di spalle? Se avesse pensato che non m’importava nulla?

“Usi male la tua libertà.”

“Continuo a non capire.”

“Tu cerchi una libertà che un giorno pagherai a caro prezzo.”

Il divertimento fine a se stesso, l’attimo su attimo che, con una buona dose di ottimismo fatalista, speravo mi avrebbe concesso la tanto agognata perfezione.

Mi aveva steso con una frase. Ero riverso a terra, o forse lo immaginavo e basta. Graffiavo l’asfalto gelido. Le mie dita penetravano nel bitume come se stessero scavando nel fango. Stavo sprofondando.

Quelle due settimane in cui lei si era soffermata in compagnia di un ragazzo un po’ sfacciato, irriverente, libero, in un attimo erano diventate tutta la mia vita. E tutta la mia vita era sbagliata. Perché io l’adoravo, già l’amavo, e non glielo avevo fatto capire, con la presunzione che il suo sguardo polare non potesse addolcirsi con un fiore o un’estemporanea gita al mare.

“Posso cambiare?” Non era un’affermazione. Avevo talmente paura di perderla ancor prima di averla avuta – desideravo sommare gli attimi passati con lei, i giorni, le notti insieme, la nostra vita perfetta – che lo domandai direttamente a lei, se potevo cambiare.

Nel buio, ne ero certo, colsi l’azzurro dei suoi occhi passare dal colore del ghiaccio a quello del cielo. “Sì, se dai una bella girata.” Mi tranquillizzò con un sorriso.

Girata. Intendeva dire sterzata. Amavo il suo modo di usare l’italiano, a volte l’inglese. In realtà amavo il modo in cui parlava con la testa e non con le parole.

La volevo stringere, abbracciare. Volevo che posasse i piedi sopra i miei in modo da poterla sollevare solo con la pressione dei talloni. Le volevo tenere il cappotto e la borsa mentre faceva shopping nelle boutique del centro. Le volevo rubare dieci, cento, mille fette di cheesecake. Glielo dissi, lei rise: “Sei tremendo!”

Mi diede la possibilità di fare tutte queste cose e molte altre ancora. Mi diede cinque anni per fare tutto, prima di andarsene all’improvviso, così come all’improvviso la fatalità l’aveva condotta sulla mia strada.

Ero tornato solo; non potevo più vivere come vivevo con lei e non sapevo più vivere come vivevo senza di lei. Tutta la mia vita era sbagliata, di nuovo. Passò il tempo; all’inizio mi accontentavo di sue microfotografie immaginarie – lei che si passa il rossetto sulle labbra, che mi lascia un post-it sulla caffettiera, che studia finanza, che mi costringe a portarla in braccio tra una stanza e l’altra della casa perché ha lo smalto fresco alle unghie dei piedi – poi iniziai a spulciare ogni suo sms, ogni sua mail. Dopodiché rilessi le mail che le avevo inviato io, perché anche le sue risposte s’interruppero.

Tutti – Alberto, TheFirst, TheFirstLady, mio fratello, Wannabecenerentola, gli amici del calcetto – mi dicevano: “Sterza.” Ma nessuno aveva il potere di farmi girare come lei, trovare una nuova strada, un nuovo cielo, un nuovo mare.

Contavo le stagioni. Il mio petto si fece più ampio, ma racchiudeva un cuore più arido. Un anno più tardi mi guardai allo specchio: “Sono anaffettivo.” Ammisi a me stesso, e quella consapevolezza mi piacque. Mi lasciava in bocca – nello stomaco, nelle vene – un sapore agrodolce che leniva ogni assenza di emozione nel mio modo di (non) amare qualsiasi altra ragazza.

L’anno successivo, mentre osservavo Alberto tingersi il ciuffo di verde per la prima volta, compresi che lui amava i suoi capelli più di quanto io amassi tutto me stesso. Ero conclamato. Al terzo anniversario fissai la mia prima seduta con la psicosciamana. Varcai la soglia del suo studio e immediatamente desiderai sdraiarmi sul suo comodo divano in pelle di cavallino, sopire. La psicosciamana me lo sconsigliò: “I problemi si affrontano meglio con la schiena dritta.” Disse indicandomi quelle terribili sedie in plastica dura e trasparente, sprovviste di braccioli, su cui mi siedo ormai da quasi due anni, una volta alla settimana, tutte le settimane. E il suo era un consiglio da medico, di quelli che non si possono ignorare.

Con la psicosciamana ho parlato di tutto. Ricordo un incontro dedicato unicamente al colore di cui avrei dovuto scegliere i mobili per la mia culla Ikea. Lei disse: “In primis, dovresti capire che forma vuoi dare alla tua stanza.” Non aveva molto senso per me, “vuoi gli angoli?” E condividemmo un’accezione comune da dare agli angoli: sono gli eventi che ti cambiano la vita; in genere sono per lo più traumatici, drammatici.

Sorriso sarcastico, mio. “Tipo che, quando svolti un angolo, spendi di più dalla psicologa che a comprare tutti i mobili nuovi?”

“Resta serio, Giulio.”

Allineai la mia ironia alla seriosità che m’imponeva la psicosciamana con gradualità: “Ad averlo saputo prima, sarei andato a vivere in un igloo.” Ecco perché ho scelto i mobili bianchi, perché sono come il ghiaccio. E il ghiaccio è – anche – come i suoi occhi.

La pscicosciamana mi guardò con intensità: “Non puoi evitare gli angoli, Giulio. Forse sarà proprio un angolo a farti guarire.”

“Esistono gli angoli tondi?”

Ero consapevole: dovevo guarire. “O giro o muoio.” Mi ripetevo. Accendevo la Playstation e caricavo GTA. Guidavo a casaccio per la città senza curarmi di nessuna missione. Rubavo le auto più veloci e guidavo. Ma i miei bolidi non giravano mai. Alberto rovistava distrattamente nei miei vecchi CD quando si voltò e disse con il suo tono un po’ acido un po’ da TVB: “Hellooowww, non ti scocci di morire? Perché io mi sono rotto di sentire sempre questo game over nelle orecchie.”

L’invito a cena di mio fratello è una telefonata frettolosa e asettica: “Cerca di esserci, per favore. E’ la prima cena ufficiale da quando ci siamo sposati e Wannabecenerentola ci tiene parecchio.”

“Ok, ci sarò.”

“Ah,… quasi dimenticavo: quando vieni, mi porti GTA? Voglio giocarci.”

Silenzio. “Ok.”

Gliel’ho portato. Lui tanto non ci giocherà mai. E’ troppo preso dalla sua favola, dai suoi mobili nuovi – il componibile del soggiorno è un artistico assembramento di cubi bianchi, neri e ocra. Quanti colori, che invidia. – dal corso di sub, dal corso d’inglese,… dal nome del bambino?

No, non ci giocherà. In compenso, io non ho girato.

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2 pensieri su “la mia culla ikea

  1. sei bello, e sei consapevole di essere di una bellezza che è indubbiamente appariscente. L’anaffettività conclamata è una questione con cui ho avuto a che fare. per molto tempo. Ora comunque so godere “meglio” del corpo e del bello. Un consiglio? Imparalo anche tu.

  2. … ho letto tutto… va beh… chiudola scheda un po’ cn l’amaro in bocca.. ma felice ke esistano pancorapersone capaci di farsi 2 domande su se stessi… 🙂 complimenti!! 🙂 ciao

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