malattie invisibili

La psicosciamana è una donna piccola e magra. La sua figura esile, vestita di un tailleur grigio che le disegna delle curve scarne, è accentuata dall’avvolgente poltrona in pelle dalla quale tenta di curare la mia anaffettività. Sotto la scrivania, preme i tacchi delle scarpe di Gucci su un tappeto di alpaca in modo da ondeggiare lievemente il suo trono freudiano.

Mi osserva con attenzione ed io ne sono segretamente divertito. Gioca con la catenina d’ora che porta al collo mentre parliamo del mio nuovo mood da amante mascherato: arrivo, consumo e me ne vado. Se parlo, se vengo accolto anche solo con un saluto, mi cala la libido.

Lei, scrollandosi i capelli castani dalle spalle, cerca di avanzare una teoria che ricolleghi il tutto al mio rapporto con i genitori. Io ogni tanto getto un’occhiata al divano e mi chiedo per quale motivo non mi permette di utilizzarlo anziché costringermi a stare seduto di fronte alla sua scrivania.

“No, i miei genitori sicuramente non c’entrano. Hanno pure il Kamasutra Game.” Nascosto nell’angolo più profondo dell’armadio della loro camera da letto. Scoprirlo, da ragazzino, era stata una sorpresa che aveva lasciato ben presto spazio alle prime fantasie: lanciando i dadi immaginavo di usarli insieme alle compagne di classe più carine. Interminabili giocate, infinite situazioni… Ma come avevo imparato certe fantasie a quell’età?

La psicosciamana interrompe le mie digressioni, “Qualche relazione finita male?”

Le rivolgo una smorfia ironica. Sai benissimo perché sono qui, e secondo me sei un po’ cara per avere solo ventinove anni. Eppure la sua domanda mi riporta automaticamente al mio passato e al consueto colpo al cuore che mi blocca il respiro. Oggi no, non voglio parlare di ciò che è già stato. Devio le sue ipotesi suggerendole una teoria basata sull’esperienza personale: “Le ragazze emancipate sanno come divertirsi e quindi questo gioco può piacere.”

“Tuttavia farlo con Gaia ti piace.”

“Anche con Morgana. Ma è la sua migliore amica ed è un casino. Devo smetterla…”

Morgana. Così aggressiva da perdere ogni stereotipo femminile. E’ una cacciatrice oppure solo una preda disperata?

Mi ha portato lei da Gaia la prima volta. Io non volevo andarci: “cosa vengo a fare ad una festa di universitari?” Protestavo. “Vieni.” Mi aveva zittito. “Sta all’ottavo piano. Così posso succhiartelo in ascensore.”

Il mio uccello era ancora umido della sua saliva quando mi aveva presentato Gaia. Il suo sorriso fresco e delicato mi era subito apparso agli antipodi dal ghigno sensuale di Morgana, eppure: “Giulio, ti presento Gaia, la mia migliore amica.”

Ne era nato uno strano triangolo; mi sentivo attratto da Gaia: lei era troppo timida per mostrare l’interesse che nutriva per me e questo mi rendeva curioso; vestivo i panni di un affabile tentatore che attendeva il momento in cui sarebbe esposta.

Morgana, infastidita dalle mie attenzioni per l’amica, si faceva sempre più invadente, porca, anche cattiva. Ogni tanto notavo che mi fissava con gli occhi socchiusi carichi di risentimento e di sfida – trovava impensabile che non la desiderassi in ogni istante – finché non riusciva a chiudermi in qualche angolo e a risvegliare il mio desiderio con delle mosse voluttuose.

Poi Gaia aveva ceduto. Era una serata estiva e la brezza che avvertivo sul terrazzo della casa dei suoi nonni sembrava sospingermi verso di lei. Gaia si limitava a darmi le spalle, lo sguardo in contemplazione del luminoso scenario cittadino.

“I panorami non mi stancano mai.” Aveva affermato prima di voltarsi verso di me, “Sai cos’altro pare non bastarmi mai?”

“La Nutella? In genere fa quest’effetto…” Replicai scrollando le spalle.

“Esatto. Questo tuo modo di essere… Ironico, un po’ distaccato, ma che riesce sempre a far sentire la propria presenza.” Il suo sguardo penetrante è per me, “E’ come se tu scherzassi perché hai paura di diventare serio…”

Un passo verso di me, leggero, appena accennato. Si stava avvicinando con gradualità, come se per lei fossi un cucciolo impaurito in procinto di scappare. Invece ero rimasto immobile. Ora si fa, mi dicevo, prima del sudore freddo: sapevo che dopo un bacio ne avrebbe voluto un altro, e poi un abbraccio, una mano che scorre lungo la schiena con fare protettivo e al tempo stesso curioso di toccare le sue curve e scoprire a che punto sarebbe stata bloccata dalla sua.

Bloccato. Siamo rimasti mano nella mano per qualche minuto. Mi piaceva a dire il vero. Apprezzavo soprattutto che Gaia fosse sazia solo della mia mano, senza il bisogno di dover accostare il suo corpo al mio e scatenare la mia voglia di confessarle la mia anaffettività. Così, per metterla in guardia, per avvisarla che dal giorno seguente avrei iniziato a fare lo stronzo: sfuggente, vago, indifferente, insopportabile. Per poterle dire: “Te l’avevo detto.”

“Sai una cosa?” La mia voce era sommessa, accompagnata da una piacevole brezza estiva che ispirava serenità ad entrambi.

“Che c’è?” Lei era rilassata, fiduciosa. Il suo sorriso era solo suo, non mi ricordava dolori dimenticati eppure mai sopiti del tutto.

Ho scrollato le spalle, scosso il capo. Una lieve tensione prima di abbandonare i miei consueti schemi di difesa. “Nulla. Hai un buon profumo.”

Non mi ha ringraziato, non mi ha dato nessuna risposta, se non quella del suo corpo ormai appoggiato al mio, finché un rumore alle nostre spalle rovinò il nostro contatto: Morgana, la sua figura apparsa nel cono di luce della finestrata del salotto, una lama gialla che tagliava di netto la nostra notte.

“Giulio, sono stanca. Mi riporti a casa?”

Era una bugia. Morgana mi voleva. Di notte, in un parcheggio deserto e poco illuminato di un capolinea della metropolitana. Avvinghiati nella mia auto, saltava sopra di me, mentendo a Gaia e rendendomi suo complice.

Devo smetterla, pensavo, eppure non volevo fermare la sua frenesia che si sfogava sul mio corpo, che m’intrappolava in una tana di calore, sudore e trasgressione. Come potevo fermarla? Sapeva benissimo come catturarmi e portarmi via da me stesso, anche solo per una manciata di squallidi minuti, prima di bagnarsi, di pulirsi e sentirsi ancora più sporca, mentre si affrettava a raccomandarmi: “Gaia non lo deve sapere.” Era convinta che il nostro segreto ci avrebbe unito più della sua lingua, della sua vagina, della sua arte.

Le prime volte le rispondevo: “Sei una stronza.” Lei allora mi stringeva forte il cazzo e rispondeva con determinazione: “Anche tu.” Le faceva piacere vestire i panni dell’antagonista perfida e calcolatrice che non vede la sconfitta all’orizzonte. Smisi di risponderle, ma continuai a vederla.

“Però?” La psicosciamana mi richiama a lei invitandomi a recuperare il filo del discorso: “Sono ambigue. In fondo Gaia è la prima a creare situazioni sfuggenti tra noi tre.”

“Come mai lo fa secondo te?”

Ci rifletto un momento, anche se la risposta credo di conoscerla già: “E’ un po’ troia?… No, scherzo. Credo che lo faccia per non dimostrarmi se e quanto ci tiene davvero. Forse ha paura di soffocarmi.”

La psicosciamana scrolla le spalle, perde ad un tratto la sua professionalità, “Certo che siete tutti complicati,… perché non ne parlate?” Pare la mia migliore amica che chiacchiera amabilmente tralasciando la deontologia. Potrebbe almeno offrirmi una tazza di té. E anche lo sconto: le amiche sono sempre flessibili sulla parcella.

“Lei deve aver avuto qualche problema familiare. Una situazione un po’ contorta… i genitori erano molto amici, si sono ubriacati e ne è nata una bambina che non si espone mai, mai.”

“Sempre la famiglia… Vorresti portarla qui?”

Vuole un altro cliente, che furba la psicosciamana! “No, che m’incasina poi. Io vivo di compartimenti stagni, sai… Io, Gaia, riesco a decifrarla quando parla di me, nel suo nuovo libro: sono il fratello del protagonista, che alla fine muore. Mi chiamo Zeno, mi piace.”

“E l’idea di morire?”

“Non voglio. Nemmeno se fosse un fulmine,… cioè, intendo una cosa rapida e indolore.” La sua espressione interrogativa m’induce a proseguire: questa seduta non la pago, giuro. Mi si annebbia lo sguardo. Me ne accorgo per la fitta agli occhi, per la pausa, per la fatica nel cercare parole che in genere fluiscono liberamente. “Non saprei esattamente. Hai presente quando una persona ha un obiettivo? Tipo, appena vado in pensione parto per tre mesi in giro per il mondo. E allora passi la vita ad aspettare la pensione e nel mentre non fai nulla se non lavorare.” Pausa, sospiro, “E aspettare.”

“Ci sono persone che trovano gli obiettivi rassicuranti.”

“Si, ma gli imprevisti dove li metti? Cioè,… E se a tre anni dalla pensione ti trovano un tumore alla prostata? Ho il terrore di restare in attesa di qualcosa che un intoppo può distruggere in un attimo. Ho il terrore delle aspettative, ecco. Quindi ho deciso: prima della fine voglio guarire.”

“Guarire da cosa?”

Regola numero 7: ci sono malattie che non si vedono.

Ma questa psicosciamana ha capito il motivo per cui sono qui? Inizio a credere di averla sopravvalutata, a pentirmi di aver dato retta alle raccomandazioni di Alberto. Devo smetterla di venire qui, e anche di fare sesso in silenzio. “Dall’anaffettività, logico, no?”

Lei mi rivolge un’occhiata penetrante, una lieve smorfia di vittoria trasuda dall’impassibilità dei suoi lineamenti professionali: “Vedi che un obiettivo ce l’hai anche tu?… Guarire, logico, no?”

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