cadi, stella, cadi

Corso Como, il centro della vita notturna. Cammino con un passo leggero sulle mattonelle di granito cercando di non fare il minimo rumore. Osservo distaccato la vita fragorosa che mi circonda, quasi timoroso che i ragazzi felici possano accorgersi di me e puntarmi il dito contro: “Tu non sei uno di noi.”

Sospiro, privo di un rifugio sicuro: tutte le vetrine sono spazi luminosi assediati da centinaia di labbra che si schiudono ad ogni sorso, ad ogni parola. Presto attenzione a non avvicinarmi, mi tengo rigorosamente al centro della strada pedonale, le mani in tasca, lo sguardo basso. Poi, una vibrazione.

Prendo il cellulare e leggo velocemente: “Sei bellissimo stasera,… vieni al solito posto a mezzanotte?”

E’ Gaia, la mia scrittrice. “Sì.” Rispondo al messaggio senza riflettere sui traumi del mattino dopo in ufficio, la stanchezza negli occhi. Mi accorgo di avere voglia di rivederla. Il monte Stella a mezzanotte, precisione svizzera.

“Ciao brutta. Hai cinque minuti di ritardo.” Le dico quando sopraggiunge, un metro e sessantotto di lineamenti nord-mediterranei.

“Ciao.” Mi racconta di avermi intravisto in corso Como poco prima, ma evita di chiedermi come mai mi trovassi lì; non vale la pena sacrificare la serenità della serata con una semplice domanda, deve pensare. Io scrollo le spalle, stranamente malinconico. “Che hai?”

“In genere sono stupido, ma oggi non mi viene.”

“Beh, io sono sempre stupidissima.”

“Di te si vede.” Rispondo ironico, con un sorriso.

Lei ride, “Quindi?”

“Comunque?”

“Comunque cosa?”

“Punto.” Concludo di nuovo scrollando le spalle.

Avvicina il suo viso al mio, un paio di centimetri ancora e il bacio è servito.

“Quindi?” Mi domanda per la seconda volta.

“Io odio interrompere una buona fumata per un bacio.” Le dico sollevando una Marlboro.

Lei mi tiene testa: “Io invece bacio solo i miei fidanzati.”

E’ una sfida a cui non posso resistere. Ora devo assolutamente baciarla, penso mentre c’incamminiamo verso la cima del monte con la tranquillità di chi sospende temporaneamente i ritmi frenetici della città. Il rumore della ghiaia schiacciata dalla pressione dei nostri passi ci accompagna fino alla cima del monte.

Il profilo della città mi regala un’emozione luminosa. Dai tetti emergono prepotenti le guglie del Duomo, gli anelli di San Siro, la Torre Velasca, i nuovi grattacieli di vetro che annullano la normalità delle tegole rosse decine di metri sotto di loro.

Pochi passi ci separano da un muretto di roccia perfetto per sedersi a contemplare il panorama della città. Le luci che sfumano nell’oscurità dell’atmosfera, rumori sparuti che ci raggiungono attutiti.

Mi sdraio sul muretto: è ruvido, freddo, ma i brividi sono solo passeggeri. Una, due, tre stelle e un pianeta. Gaia cerca di accomodarsi sulle mie gambe, ma mi sollevo e, afferrandola sotto le ascelle, la trascino sul mio corpo. Allungo le braccia sul suo petto.
“Come va il libro?”

“Non ho nessuna intenzione di svelarti troppi particolari.”

“Veramente non mi hai svelato proprio nulla. Nemmeno il titolo.” Protesto con un tono stranamente dolce.

“Al titolo non ci ho ancora pensato, comunque racconta una grande passione.”

“Originale!” Esclamo per prenderla in giro. Osservo il cielo e mi perdo nella sua immensità: per un istante mi sfuggono le nuvole e gli uccelli notturni, e mi rimane solo lo spazio freddo e senza ossigeno. Mi sento impotente e, quasi per rassicurarmi, la stringo forte.

“Mi fai male!”

“Scusa.” Le prendo le mani e tendo le braccia verso l’alto; aprendo l’indice e il pollice, inquadro le poche stelle visibili. “Giochiamo allo shuttle.”

“Ok.”

“Siamo in una tempesta di meteore.”

“No, la tempesta di meteore no,… facciamo una cosa più rilassante?”

“Stiamo atterrando su Marte?”

“Va bene. Io cosa faccio?”

“Tu fai i comandi dello shuttle.” Le dico stringendole i polsi, “E fai anche Houston. Facciamo una prova: Houston, mi ricevi?”

“Crrr Crrrr…” Imita dei disturbi nella comunicazione, “Credo ci siano dei problemi di ricezione.”

“Allora faremo da soli…” Qualche manovra e atterriamo sul pianeta rosso.

“Ora vai a esplorare il pianeta mentre io cucino.” Propone lei.

Dedico qualche secondo all’esplorazione del pianeta. Imito respiri profondi all’interno dello scafandro spaziale.  “Houston, non rilevo forme di vita su Marte.”

Di nuovo la voce cristallina di Gaia: “E’ pronto il pranzo!”

Altri respiri profondi prima di rientrare nello shuttle e liberarmi dell’ossigeno.  Gaia volta leggermente il capo e mi cerca con la coda dell’occhio quando l’impercettibile scia di una stella cadente si ravviva e muore nella notte.

“Una stella cadente!” Parliamo all’unisono.

“Desiderio!” Rinsaldo io, e subito emetto un brontolio di grande concentrazione: “Grrr… Espresso! Tocca a te.”

“Fatto.”

“Dici che si avvererà?”

“Se lo vuoi davvero sì.” Mi sussurra in un orecchio.

“Ma il mio ne comprendeva circa una decina.”

Regola n. 5: Chi troppo vuole.

“Ah,… sui desideri eclettici non garantisco.” Il tono di Gaia si affievolisce gradualmente, sconfina nel desiderio e con la schiena fa pressione sul mio ventre.

Il desiderio sale e lei si libera dalle mie mani per portare il braccio dietro la schiena: lotta contro la zip dei miei jeans, la apre con un movimento sicuro, un secco rumore metallico prima di sfilarmi l’uccello dagli slip. Lo afferra con decisione e iniziare a masturbarmi: qualche attimo dopo è già duro, grosso, venoso, maschio.

Gaia si libera dal mio abbraccio per voltarsi verso di me. Tiene le dita serrate intorno al mio membro e continua a muoverlo con un’oscillazione costante mentre il suo sguardo si mantiene fisso sul mio. Forse attende che chiuda gli occhi, che i lineamenti del mio viso si rilassino in una smorfia di piacere, un sospiro di resa.

Le palpebre sono socchiuse; le fronde degli alberi, la sua chioma fulva, le nuvole sparse si stemperano in immagini prive di definizione. Colgo il movimento di discesa della sua testa, pronta ad offrirmi un piacere più profondo.

No! Esclamano con vigore i miei pensieri, assecondando un istinto sopito e all’improvviso svegliato di soprassalto. “No.” Sussurro con delicatezza, mentre blocco la sua discesa con una carezza.

“Perché?” La voce di Gaia trema per il timore di un rifiuto.

“Vieni qua.” Mi sporgo verso di lei per posarle un bacio sulle labbra; le schiude, vuole la mia lingua, ma non mi soffermo: scendo verso il collo e, con calcolata lentezza, le allento i bottoni della camicetta per giocare con la sua scollatura.

La sua pelle è tremendamente giovane, liscia. Io non posso, non voglio resistere a quel contatto che mi cattura e mi trascina sempre più in basso: il suo ombelico è un piccolo antro con cui svagarsi.

Gaia freme, una risata sommessa. “Mi fai il solletico!” E si allontana coprendosi il petto con un abbraccio.

Sono vicino al suo orecchio ora, i suoi capelli sobbalzano al ritmo dei miei respiri. “Scusa”, sussurro.

Le mani corrono lungo i suoi fianchi snelli, si fermano all’altezza della vita, il ruvido tessuto dei jeans; si ritrovano unite sui bottoni. Apro il primo, le bacio il collo, libero il secondo, scendo verso i seni.

Il desiderio mi sprona a proseguire verso il basso, a farla subito mia. Devo costringermi a rallentare, a calcolare ogni minimo movimento, ogni leccata, ogni centimetro della sua pelle bagnata.

I rumori della notte sembrano scomparsi, le luci della città sottostante si fanno soffuse, come se il mondo stesso volessi aiutarmi a creare l’atmosfera per il mio momento d’amore.

Gaia mi ferma coprendomi le orecchie con i palmi delle mani, mi invita a guardarla negli occhi con una pressione delicata a cui è impossibile sottrarsi, eppure non parla. Vuole che lasci fare a lei.

Rapito dal piacere, la guardo scendere verso il mio inguine. Lo bacia, lo bagna, lo circonda di calore. Di nuovo avverto l’istinto di stringerle le ciocche ramate e sottometterla al ritmo del mio desiderio animale. Ma quando il tatto incontra i suoi capelli, la tenerezza di un lieve tocco prende il sopravvento.

Sempre china su di me, allunga una mano verso la borsa; dei rumori secchi: il tintinnio delle chiavi di casa, gli oggetti che si spostano. Ne estrae un Durex, la sua confezione argentata scintilla.

“Sono una ragazza moderna.” Commenta con un sorriso.

Bene. Così non faccio la figura del solito porco prendendo i miei. Evito ogni commento: in silenzio, le sfilo dalle mani il preservativo e lo apro.

“Faccio io.” Si offre Gaia. “Non voglio che tu faccia niente. Solo godere.” Mi preme i palmi sul petto per invitarmi a sdraiarmi sul muretto, ad abbandonarmi completamente. Negli occhi, solo il cielo stellato che pulsa e si dilata in modo ancestrale. Mi sento in pace, in comunione con tutto quel blu cupo, con la brezza, con la vita. Il sesso, che cosa naturale.

La voglio sopra di me. Voglio afferrarla per i fianchi, accompagnarla nella sua danza flettendo gli addominali, irrigidendo la schiena, lasciandomi rapire dai suoi capelli mossi, dal seno che danza al ritmo dei miei movimenti.

Infine voglio che inarchi la schiena, una, due, tre volte in delle contrazioni fatali per il mio e il suo piacere. Voglio finire così. Godere e chiudere in un attimo di dispersione che mi porti via da me stesso.

Sospiro. Non ci sono più. Sono in un posto in cui sto bene. Riesco ad avvertire la presenza di Gaia sopra di me. Seduta, ora sospira anche lei e si lascia scivolare sul mio corpo. Non ne provo alcun fastidio.

Dura un minuto, forse un’ora. Io parlo, se non qualche accenno di nota sussurrato, privo di significato: “ta… ta… ta…” Lo faccio per restare vigile, per non perdermi in un limbo dal quale l’alba mi avrebbe colto di sorpresa.

Lei non commenta, non dice nulla. Un ultimo bacio – sulla guancia, ad occhi chiusi – prima di staccarsi da me ed iniziare a rivestirsi.

“Ce l’hai ancora l’età per fare sesso nei parchi?” I suoi vent’anni le permettono di essere più disinvolta rispetto a me.

“Questo è un colpo basso.” Le sorrido timidamente, Gaia invece è decisa e così, senza nessun preavviso, si allunga verso di me e mi bacia…

Regola n. 5 e mezzo: Ottiene almeno la metà.

Significa che sono il suo fidanzato? Fingo di non badarci e c’incamminiamo lungo un declivio alberato verso la base del monte Stella, tra i suoi discorsi di letteratura e la sua promessa di tenermi una lezione sul romanticismo tedesco.

“Voglio rivederti presto.” dice lei.

Ne sono felice: per la prima volta da quando la conosco ho la certezza di rivederla ancor prima di sentirne la mancanza. Sollevato, ascolto le sue parole: dalla Germania dell’ottocento sposta la conversazione agli scrittori italiani degli anni settanta. Di mio, nel discorso, ci metto solo delle congiunzioni avversative: ma, però. Oppure tiro qualche calcio alla ghiaia del viale cercando di non perdere di vista il sasso scelto come palla. Penso alla stella cadente.

Gaia nomina Pasolini.

“Una volta qualcuno gli chiese se diventando vecchi si diventa anche più felici.” M’intrometto io.

“Qual è stata la sua risposta?”

“Che diventando vecchi si ha meno futuro e meno speranza, e questo è un gran sollievo.”

Forse è questa la chiave per la mia tanto sognata vita perfetta, invecchiare, assopire, appassire. Se è davvero così, allora non posso sbagliare strada. Eppure non è questa teoria a sollevarmi: per la prima volta da molto tempo, riesco a stare accanto ad una ragazza senza la voglia di fuggire appena scrollato il desiderio di dosso.

Osservo Gaia e vedo solo lei, senza l’ansia di paragonarmi al Giulio del passato, oppure di preoccuparmi per il Giulio del futuro. Avverto i muri eretti per distaccarmi dal mondo farsi più fragili, piccole crepe che si ramificano negli interstizi dei mattoni – muri impenetrabili, fessure invisibili di cui io solo conosco l’esistenza.

E’ per questo motivo che Gaia rimane seria, mi fissa con uno sguardo carico di sfida. Con tono deciso afferma: “Io invece voglio tanta speranza nel mio futuro.” Mi stringe forte la mano, la sua pelle fresca stride con il calore delle sue parole: “Quindi vedi di guarire da questa stupida anaffettività. Ti è chiaro, Giulio Speranza?”

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3 pensieri su “cadi, stella, cadi

  1. C’è uno sfondo di conoscenza del passato e del presente…
    non è da tutti nominare la figura di pasolini, in un racconto, e questo mi conforta, perchè c’è uno sfondo di cultura di cognizione di quello che c’era prima e che continua a circondarci oggi.
    Mi piace.

    L’unica cosa che non mi è chiara è se è completamente vero quello che scrivi o un misto di realtà e fantasia che sempre c’è in queste cose

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