Il ragazzo del quartiere accanto

“E’ solo mattina.” Bisbiglio nella penombra dei raggi solari che filtrano attraverso la persiana socchiusi. Occhi gonfi, voce impastata, un sapore strano in bocca. I pensieri raggiungono ovattati la coscienza di un ragazzo stanco. Il primo è la consapevolezza della domenica, seguito da un abbandono totale del corpo.

Le palpebre serrate. Così non mi lascio innervosire dal disordine: i vestiti sporchi accumulati sulla sedia della scrivania, l’armadio aperto, il piumino autunnale caduto ai piedi del letto. Se passasse mia madre, avrebbe uno sguardo di disapprovazione per ogni dettaglio colto: la tv lasciata in stand-by, il joypad della Playstation abbandonato sul comodino insieme a un paio di bottiglie d’acqua vuote, il dito di polvere sugli scaffali della libreria. Poi il suo sguardo salirebbe verso l’alto, all’ultima mensola della libreria e noterebbe una scatola nera e mi domanderebbe: “E’ ancora qui?” Ma nel farlo il suo sguardo si addolcirebbe un poco.

“Come solo?” Risponde una voce allegra. Con un rapido movimento mi vengono gettate in faccia le lenzuola. “Il mattino ha l’oro in bocca!”

“Hai dormito in camera mia stanotte?” Mi abbandono ad uno sbadiglio prolungato, i miei movimenti sono dei blandi segnali di ribellione contro un corpo che pretende solo riposo.

“Amore, altro che oro,… che hai mangiato ieri sera?”

Mette a fuoco i lineamenti affilati di Alberto, due ciocche di capelli neri e altri ciuffi multicolore, aspirante artista, commesso part-time in una boutique del centro, presidente del fan club italiano di Cher. “Quante volte ti devo dire di non chiamarmi amore?”

“Ancora non l’hai capito che le persone non si cambiano?”

“E’ il modo in cui mi chiami, non tu.” Specifico digrignando i denti; i fumi del sonno si dileguano di fronte all’innata capacità di Alberto d’irritarmi senza il minimo sforzo.

“Ma tu ce l’hai già un nome, perché dovrei cambiartelo?”

“Non ho detto di voler cambiare il mio nome…”

Alberto smuove l’aria davanti al suo viso dai lineamenti affilati, “So benissimo quello che hai detto, non è il caso di ripeterlo, ma ora basta con le chiacchiere: alzati e lavati i denti!”

“Ancora non mi hai risposto: hai dormito qui questa notte?”

“Certo.” Conferma lui con un sorriso pieno di allusioni,… posa una mano sul mio petto, “Sei stato fantastico.”

Mi metto a sedere sistemando i cuscini dietro la schiena, “Piantala di dire cazzate!”

“Vorrei capire se mi stai più insultando o più umiliando…” Socchiude gli occhi, minaccioso.

“No, senti, ho già mal di testa, non iniziare a sfuriare di prima mattina.”

Lui scoppia a ridere alzandosi dal letto e arrotolandosi intorno alla vita uno dei suoi parei multicolore che è solito usare come abiti da casa. “Non si può nemmeno scherzare con te. Comunque sì, ho dormito qui perché ieri notte mi sono ritrovato due perfetti sconosciuti nel letto.”

“Chi?”

“Helleeuuwww, ho detto sconosciuti. Conosci il termine? Sto parlando arabo?” Mi rivolge un’espressione stizzita, “Questo ti costerà di sicuro un paio di lenzuola nuove: sai, forse sei ancora tremendamente ubriaco per ricordartelo, ma ieri sera qui c’è stato il Quore Party,… ti sta tornando la memoria?”

“Già!” I dettagli della nottata precedente iniziano a tornare in superficie: Alberto in piedi sul divano che canta a squarciagola una canzone di Cher osannato da qualche decina di fan improvvisati, Alberto che legge i tarocchi travestito da donna gitana, Alberto che improvvisa un corso di make up per giovani uomini eterosessuali. “Divertente, vero?”

“Molto, ma tu spiegami perché ogni sei mesi organizziamo un quore party a casa, se poi non perdi occasione per ricordare a tutti che sei anaffettivo. E pure brutto e antipatico, aggiungerei.”

“Sei sempre gentile.”

“E’ inutile che mi ricordi della mia sconfinata cortesia: non pulirò un accidenti.”

Come tutte le volte, mi verrebbe da replicare. Meglio evitare conflitti. “Sì sì, ci penso io: non iniziare ad innervosirti per nulla.” Con rassegnazione libero le gambe dal tepore delle lenzuola, mi alzo e indosso un paio di pantaloncini di cotone. Alberto mi fissa senza dire nulla; “Senti, ora che mi sono alzato perché non te ne vai di là?”

“Vado, vado!” Esclama il mio coinquilino con uno sbuffo esasperato.

Mi guardo intorno mentre allungo le braccia sopra la mia testa. La stanza, il mio angolo tondo, ha superato indenne il quore party: la collezione di vinili è rimasta sana ed inviolata al sicuro nell’armadio. I libri,… ma chi mai potrebbe toccare dei libri ad una festa?

Raccolgo i vestiti sporchi della settimana appena passata e ne faccio un fagotto per portarli in bagno. Attraverso il corridoio luminoso, bicchieri usati ovunque, qualche bottiglia vuota abbandonata sulle mensole della libreria, poi, sulla destra, la porta del bagno.

Alberto ha appeso un foglio per informare gli invitati del divieto assoluto di fare conoscenze ardite in bagno; per quello, il nostro piccolo staff familiare aveva messo a disposizione il pianerottolo dell’ingresso, le scale del palazzo e, per i più temerari, la strada. Io sono andato in bianco, Alberto pure immagino,… deve essere per questo motivo che è così nervoso questa mattina.

Spalanco la porta con il piede e lascio cadere la biancheria sporca sulle piastrelle; un calcio sistema tutto sotto il lavandino. Richiudo la porta alle spalle, abbasso i calzoncini di cotone e mi preparo all’ultimo torpore: oltre il dormiveglia non resta che il bagno, dopodiché la giornata inizia, diventi uno come tanti in lotta per la sopravvivenza psicologica.

Inarco la schiena, sospiro. La porta si spalanca con decisione, i pantaloncini subiscono un tremito impacciato mentre cerco di ricompormi.

“Perché non mi hai invitata?”

“Gaia, sei in anticipo di almeno un’ora!” Esclamo stordito. Deve averla lasciata entrare Alberto.

Ripete la stessa domanda, il tono è più alto di un paio di ottave.

Reprimo un fremito d’insofferenza, “Dove? Nel mio bagno mentre sto pisciando?”

“Continua pure.” Mi invita con una scrollata di spalle, “Non è un problema per me.”

“Certo che continuo, appena sarai uscita!”

Gaia non mostra nessuna intenzione di uscire. “Ti vergogni?” Chiude la porta del bagno e si siede sul bidet. “Ecco, facciamo finta che la sto facendo anche io, così siamo pari. Adesso dimmi perché non mi hai invitata.”

Maglia di cotone verde, sciarpa di lino verde intorno al collo e i suoi stivali preferiti, quelli in pelle di canguro – “La pelle di canguro è la più resistente che ci sia: sono tre anni che li ho comprati e sembrano come nuovi!” Mi aveva detto la prima volta che li aveva calzati per uscire con me – rigorosamente verdi.

Abbozzo un sorriso: mi sono svegliato e avevo voglia di verde. Una sensazione irrazionale, uno dei desideri più astratti che si possano esprimere: cosa significa aver voglia di verde? La pace-nel-mondo appare più realizzabile. Potevo intendere tutto: il cuoio verde dei divani del salotto dei miei genitori, il ciuffo verde di Alberto, una marmellata di kiwi, un gelato al pistacchio. Anche Gaia?

“La tua recita non mi è di nessun conforto: hai rovinato il pathos.” Commento imbronciato, sedendomi sulla vasca. “Perché fai così?” Sospiro. Ti prego non discutere. Ti prego, non discutere. Persistono fissi i miei pensieri.

“Perché sono talmente scema da assecondarti. Le tue teorie sul restare sempre nudi per aumentare l’intimità. E non sentiamoci sempre perché i grandi non lo fanno. E non pretendere troppo perché sei anaffettivo. Ora arrivo e vedo che hai fatto una festa a casa… e non mi hai detto nulla!”

Mi osserva con uno sguardo penetrante, il suo viso è delicato, i lineamenti dolci. Occhi chiari e denti candidi. Una ciocca di capelli rossi le scivola lungo una spalla, un lieve rimbalzo prima di restare sospesa nel vuoto di fronte ai suoi seni.

Intuisco che non ha nessuna voglia di litigare. Immagino la sua amica Morgana, durante qualche lezione all’università, sussurrarle: “Sei stupida? Non devi fargliele passare lisce queste cose, altrimenti se ne approfitterà. Fatti sentire,… e ricorda: gli uomini sono tutti stronzi.”

“Scusa, pensavo non t’interessasse venire. In genere tu il sabato sera sei sempre al Plastic con Morgana, i ragazzi della tua età…”

“Smettila di parlare come mio padre. Hai solo sette anni più di me, ti ricordo.”

Regola n. 4: se non vuoi parlarne, devia sempre il problema verso qualcosa che non ha soluzione.

“Sì, ma l’età non si cambia.”

La voce di Alberto ci raggiunge dall’esterno: “Lo dici tu: io sono sei anni che sono fermo a ventidue!”

“Vattene!”

“Mi avete scoperto! Maledetta la mia linguaccia.” Alberto pesta i piedi e si allontana.

Gaia scoppia improvvisamente a ridere e si accosta a me sul bordo della vasca da bagno. “Il tuo coinquilino è troppo forte! Ha detto che dopo mi farà un’esibizione privata di tutto il suo repertorio, così impari a non avermi invitata ieri sera.”

Le sorrido, “Suppongo di meritarmelo.”

“Oh cavolo, non offenderti, ma dovresti lavarti subito i denti.”

Sbuffo, “Se me lo dicono un’altra volta…”

“Lavateli!” Enfatizza la gravità della situazione tappandosi il naso con le dita.

“Non sarà poi così micidiale.” Replico leggermente imbarazzato, ma lei si limita ad indicarmi il lavandino con un gesto imperioso del braccio.

Mi spazzolo per bene i denti, dopodiché mi sciacquo con un collutorio al fluoro: la freschezza è assicurata. “Ora spero non avrai più nulla di cui lamentarti.”

“In effetti ci sarebbe un’altra cosina…”

“Cosa?” Mi fingo esasperato.

“Hai una macchia sui pantaloni.”

“Chissà di chi è la colpa.”

“Come la fai tragica!” Si ribella lei con una risata, “Non puoi negare che ho fatto un’entrata da star, indimenticabile.”

“Decisamente originale.”

Gaia solleva il collo alla ricerca del suo riflesso nello specchio, guadagna tempo, poi il suo tono è più schietto che mai: “E’ la prima difficoltà?”

“Non ti seguo.”

“Dici sempre che ormai le persone si conoscono, giocano, hanno la scopata assicurata e poi si allontanano alla prima difficoltà.”

Mi fa tenerezza, un moto irrefrenabile mi spinge ad accarezzarle una guancia, “Non preoccuparti: in bagno le difficoltà a cui badare sono ben altre.”

“Ragazzi, la colazione!” Il richiamo di Alberto ci raggiunge stridulo attraverso la porta del bagno.

“Mi stavo dimenticando di dirti che il tuo coinquilino mi ha invitata a colazione.”

“Meglio tardi che mai, eh?”

Gaia scrolla le spalle, lascia cadere finalmente la sua Never Full di Vuitton sul pavimento, “Dopo ci chiudiamo un po’ nel tuo angolo tondo?”

“In verità, ho una lista ben precisa di cose da fare questa mattina. Sai sono molto indaffarato…”

“Del tipo?” M’interrompe, ha già messo il broncio, ma non me ne curo: voglio la mia rivincita.

“Te le dico in ordine d’importanza oppure in base a quella che farò per primo e così via?”

“Importanza.”

“Allora, vediamo…” Fingo di rifletterci, dal pugno serrato stendo il primo dito, “Devo assolutamente scrivere una lettera alla mia amica di penna delle medie. Sì, lo so, saranno almeno quindici anni che non ci scriviamo, ma oggi voglio riprendere la corrispondenza. Procedo?” La sua espressione è incredula, annuisce e obbedisco: “Vorrei anche battere il mio record assoluto di Puzzle Bubble: è stabile dai tempi del liceo e mi sono sempre ripromesso di superarlo.” Sollevo il secondo dito, subito anche il medio: “E poi devo rivedere la registrazione dell’ultima puntata di Macao, 1998.” Millenovecentonovantotto. Lo dico come se fosse una vita fa. E’ una vita fa. Lei starà pensando che voglio rinfacciarle il fatto che nel ’98 non aveva nemmeno dieci anni. “La Parietti nel suo periodo migliore, e Valentina Pace…”

“Ahi, ballerina di Siviglia… Ahi, non ballare resta ferma…” Canticchia lei. Mi zittisce con le note ed un sorriso: “Sei uno stronzo, pensavi che non la conoscessi.”

“Cazzo. Oggi li incasso tutti io, i colpi.”

“E smettila di prendermi in giro. Quindi ok angolo tondo? Potresti mettere su uno dei tuoi CD degli Rolling Stones mentre io ti parlo del libro che sto scrivendo…”

“Libro?”

Le si illumina il viso: “Sto scrivendo di te! Cioè, anche di te. Diciamo che sei il co-protagonista, ti chiami Zeno, e…” Si sofferma un istante, indecisa se proseguire o meno, “alla fine del libro però morirai.”

“Come?”

“Ancora non lo so.”

Io morto. Questa notizia non mi fa piacere. Ancora non ho letto nulla di lui, ma Zeno già mi piace.

Mi ispira quel non so che di ottocentesco. E’ una storia contemporanea, mi corregge subito lei. Sì, ma Zeno è un personaggio bohemiene. É nobile. Vedi, me lo sentivo. Decaduto, fa il macellaio. Poverino. Disilluso. Accidenti. Stanco. Di vivere? No, della sua decadenza. Quindi si uccide? No, lo uccidono, o forse si uccide, ancora non ci ho pensato bene. Devo proprio essere io Zeno? Si. E tu chi sei nel libro? Ora vuoi sapere troppo.

Se solo Gaia potesse leggermi dentro, e scrivermi. Scrivere la vita che avrei voluto vivere, restituirmi ciò che mi hanno costretto a cedere. Ricrearmi bambino e non farmi crescere mai.

La bacio. Vorrei davvero che Gaia avesse il potere di darmi una seconda possibilità in tutte le scelte, in tutti i bivi della mia strada.

“Ok, uccidimi.” Le dico, “Ma non farmi stronzo, per favore.”

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