la tua mano tesa mi è apparsa

L’attico in Brera è avvolto dal tramonto. Socchiudo gli occhi. Tegole rosse. L’esercito di antenne e parabole forma un intrigo ipnotico. Osservo distaccato le lingue rosso fuoco del sole stemperarsi nei colori della sera. Le guglie delle chiese, le croci in controluce. E poi ci sei tu, tramonto: non mi ferisci più. È uno dei primi sintomi della mia malattia.

Voglio dirlo, che mi sento vuoto, ma ho un’epidermide di buonismo che m’impedisce di svelare i difetti del mio animo. “Sono vecchio ormai.” Quasi ventinove, che ansia.
“Ma che dici?” Il tono di Gaia risuona dolce. Armeggia con le stoviglie anni ’70 dei suoi nonni. Morti. “Ma in casa è tutto identico. Pensa, c’è persino lo stesso odore.” Puntualizza, mentre prepara la tavola in terrazzo per la nostra cena della domenica sera. Non mi offro di aiutarla; preferisco muovermi tra le piante, i grossi vasi di cemento, lo sguardo fisso sul tramonto. Calpesto inavvertitamente un cumulo di foglie secche sospinte dal vento vicino al parapetto.

Innocente ragazzina ventenne. Aspetta di arrivare alla mia età, il tuo corpo che cresce. E tutti questi improvvisati life-coach su Instagram che non fanno altro che postare foto dei loro muscoli e a motivarti con frasi tipo “don´t give up”. Motivazione al suicidio, direi io. E la tua mente che si affatica, che cambia. Le responsabilità, le nuove-vecchie prospettive. Ora sei solo pelle candida e liscia, capelli rossi, occhi verdi, Bob Dylan e One Direction nella playlist di Spotify, i libri dell’università nello zaino. Hai persino scelto di sfidare la tua spensierata giovinezza studiando economia. Perché l’hai fatto? Non lo sai. In fondo non lo sapevo nemmeno io, ai miei tempi.

I mobili di plastica del terrazzo sono leggeri, li sposto con facilità producendo un rumore fastidioso, trascinante. Lei accende un paio di lanterne e le fiammelle disegnano ombre irregolari sui suoi lineamenti, i capelli nella brezza, quassù all’ottavo piano.

Apparecchia con delle stoviglie di porcellana bianca, delle delicate decorazioni floreali ne abbelliscono i margini. Le sue mani sono sicure nell’aprire una bottiglia di vino bianco e annusarne il tappo di sughero.

“E’ buono?” Le chiedo con una punta di scetticismo nella voce.

Gaia scrolla le spalle. “E’ così che si fa.” Si limita a spiegare.

Ci sediamo a tavola: antipasti, tra affettati e formaggi, e qualcosa di pesce. Si attiva l’impianto d’irrigazione e l’acqua fredda si espande sulle mattonelle in cotto del terrazzo, i piedi nudi e fradici, le dita tirate. “E’ un metodo per rinfrescarsi.” spiega Gaia.
Al suono del campanello, sbuffa esasperata: le tocca camminare dentro casa con i piedi bagnati per aprire la porta per l´arrivo di Morgana, con le sue nuove All Star e i suoi quaranta minuti di ritardo.

“Ci ho messo più del previsto ad arrivare.” Ci avvisa per scusarsi mentre si toglie le scarpe e si arrotola i jeans al polpaccio, prima di raggiungerci in terrazzo. Si siede e addenta una fetta di pane, la fame annienta la sua grazia femminile e i dolci lineamenti del suo viso incattiviti dal make up nero. “Mmmm, buona.” Senza scomporsi, intinge il pane nel mio sugo di pomodoro e cernia. Mi irrita, scompone il nostro pathos aristocratico dal sapore malinconico.

“Ho passato il pomeriggio con un ragazzo tedesco. Ora mi sento tutta rotta, ma ne è valsa la pena. E poi devo smetterla con queste conoscenze internazionali: nulla di serio, non fa bene alla mia autostima e finisce che vado in down.” Un’occhiata d’intesa all’amica, “E non ho rivisto gli appunti per le lezioni di domani.” Ammette senza il minimo accenno di colpevolezza nella voce. Scoppia in una risata solitaria mostrando una fila di denti bianca e perfetta.

Volevo parlare della mia nuova vita perfetta e Morgana ha rovinato tutto. Eppure non mi dispiace la sua presenza: Morgana è quella che, quando mi sento troppo vecchio, mi rimette in bocca parole come cazzo, o out, o down, o pompino. Anni fa era scontato essere monotematico anche per me, parlare solo di sesso,… dopo la prima volta, non mi ero certo soffermato a tenere il conto delle successive. E quante top model indifese ho fantaconquistato. Se non ne parlassi io, chi potrebbe mai farlo?

Morgana: “E tu, Giulio, con quante ragazze ti sei divertito questo weekend?” Sono distratto, il cibo mi ha appesantito, la macedonia di pesche e albicocche mi rinfresca la bocca.
Inizio a contare sulle dita, sottovoce: “Una, due…” Gaia mi riprende per l’alito: “E’ pesante.” Un’espressione di disgusto e si tappa il naso. Forse vuole solo interrompermi, per non conoscere i miei vizi privati.

“Non l’ho messo io l’aglio nel pesce.” Mi difendo prima di riprendere a contare: “Tre… Sono troppe, impossibile contarle tutte.” Millanto con poco entusiasmo ritraendo la mano sotto il tavolo.

Morgana strabuzza gli occhi, visibilmente scettica e infastidita: “Non è possibile. Stai bluffando.”
La sera prima, ubriaca, Morgana mi ha posato una mano sul pacco: “Io e Gaia condividiamo tutto. Tutto.” Ha biascicato; voleva me, oppure voleva ricordarsi di avere una migliore amica.

Mi sentivo come in un serial TV per adolescenti; avrei fatto sesso con la migliore amica della mia ragazza?… La mia ragazza? Il pensiero mi provoca una fitta improvvisa al cervello, un sussulto cerebrale che mi riporta a ciò che ho di più vero: la mia anaffettività.

Gaia non è la mia ragazza. Ci frequentiamo da un paio di mesi, nulla di più. Anzi, ci divertiamo e basta. Anzi, ci vediamo solo per divertirci. Sospiro, rassicurato nell’aver rimesso i pensieri bizzarri al loro posto: Gaia non è la mia ragazza e non lo sarà mai.

“Cercate di condividere anche il taxi per tornare a casa.” Le ho risposto.

Abbandoniamo la tavola in disordine e ci stendiamo sul letto matrimoniale dei nonni di Gaia, tutti e tre insieme. Aspiro a pieni polmoni le lenzuola, un vago profumo di fiori, e di polvere. Musica elettronica di sottofondo. “La canzone dell’estate. Ormai è finita, inizia quasi a fare freddo.” Commenta Gaia, sdraiata alla mia destra. Mi sfiora un braccio e non osa toccarmi con più decisione: quando parla come una mogliettina felice perde tutta la sua sicurezza, io me ne accorgo ma non voglio – non riesco a – rassicurarla.

“L’estate non mi piace.” Preciso io. E’ appiccicosa, non te la togli mai di dosso. E io sono un anaffettivo, libero, solo. Un´ode all’autunno. Sono come quei pochi giorni di autunno, o di primavera, in cui riscopri che il clima non ti condiziona la vita: non devi spogliarti, non devi coprirti, per stare bene.

Morgana si sbottona la camicetta per mostrarmi un arrossamento sul decolté, trofeo dei suoi passatempi pomeridiani; desiste, distratta da una nuova idea: in un eccesso di brio, tenta di sfilarmi i jeans e Gaia si unisce presto al gioco. La mia resistenza è strenua ma efficace. Spogliarsi è l’unico valore aggiunto dell’estate. Ci risiamo: mi ero ripromesso di non parlare come un ex bocconiano che veste Paul Smith di giorno e la notte sciacqua i suoi vizi di nascosto sulle sponde dei Navigli.

Morgana si alza dal letto, prende l´iPhone e inizia a navigare su Spotify: cambia mp3, un’altra canzone dell’estate. Gaia, senza rivali, mi si avvicina, è addosso a me e mi sussurra nell’orecchio: “Perché non vieni al Plastic con me e Morgana questo weekend?”

“Per dormire sul divano?”

“Non si dorme al Bordello.”

“Io l’ho fatto, sul divano del privè. Quando avevo diciannove anni e morivo dalla noia.” L’ho giurato: mai più Plastic.

“Con me e Morgana non si dorme. Mai.”

“Perché ti atteggi come lei?” Le sussurro, “Non sei tu.”

Gaia abbassa lo sguardo sul mio petto, si morde un labbro, ma non è un gesto lussurioso. Ora, è immobile e vicina.

Appare tutto rallentato, sussurrato, sottinteso. E io mi muovo così piano, su quel letto dai mille cuscini dove hanno riposato i morti, la posizione della mia testa, inclinata in modo perfetto tra lei e il guanciale.

I miei capelli scuri, mossi, profumati, lucidi. La sua mano me li accarezza con un ritmo tutto particolare: due movimenti lenti e uno più rapido. Mi sono avvicinato. Spingo una gamba tra le sue e la sollevo: voglio che senta la mia pelle.

Come dieci anni fa, quando dormivo al Plastic e ogni emozione era dilatata. Bello, giovane, già compromesso. Desideravo solo nuove emozioni, una dopo l’altra, la frenesia dei minuti, i rintocchi dell’alba, vivere di attimi.

Le sfioro il naso e appoggio le mie labbra alle sue, un paio di incontri a labbra morbide, poi la punta della lingua, leggera, lieve, si incontra con la sua. Il primo tocco è del tutto inaspettato, come due animali che si annusano per poi ritrarsi subito. Ora è tempo di entrare nella sua bocca, di muovermi al suo interno e scavare, bagnare il bagnato.

Lei si apre, mi lascia agire indisturbato, infine reagisce: solleva la nuca e preme contro il mio viso, le sue labbra s´incastrano alle mie. E dentro la mia bocca,… dentro è piena estate.

Sono scosso: sento di aver creato un momento perfetto anche senza l’amore. Il secondo bacio più bello della mia vita. Il primo, è un segreto.

Morgana ci osserva attraverso lo specchio dell´armadio a muro, rimane in silenzio con lo sguardo fisso sullo schermo luminoso dello smartphone.

“Quindi?” Gaia cerca di spezzare il silenzio. Non lo farebbe mai, se non ci fosse la sua migliore amica.

“È tutta sera che voglio parlare della mia nuova vita perfetta.” Sollecito io, anche se ora mi accorgo di non averne piú la minima voglia: dopo un momento perfetto, che senso ha parlare della vita perfetta?

“Già, dicci.”

“No, lasciamo perdere… Morgana sta leggendo il suo blog preferito, Non le interessa per nulla.”

“A me sì.” Sussurra Gaia.

“Non c’è un nulla da dire. Ho solo deciso che tra tre anni la mia vita sarà perfetta.”

“Ah… Come mai tre?”

“Devo aggiustare una cosa, e ci vuole un po’ di tempo.” Quand’era a posto, la mia vita era perfetta.
Regola numero 1: diffidate da chi è troppo simile a te. Sta sicuramente fingendo di essere qualcuno che non è.

Regola numero 2: diffidate dalla sfortuna. Quando capita qualcosa di troppo sfortunato, spesso c’è lo zampino di qualcuno.

Regola numero 3: se sei anaffettivo è più facile non cascarci. Ma è più difficile ammettere di esserci cascati.

Gaia tenta di avvicinare nuovamente le sue labbra alle mie. Mi distacco. Il ricordo dei miei errori m´irrigidisce.

“Cos’hai distrutto?”

Mi tende la mano, la stringo solo un attimo, poi un moto irrazionale, insofferente, m’impone di lasciarla. Cerco i miei capelli, li smuovo disordinatamente per guadagnare tempo, ritrovare il contatto con me stesso, superare il desiderio di raggiungere la porta di casa e andarmene.

Silenzio. Rimango in attesa di un sollecito di Gaia che mi avrebbe fatto scattare in piedi per tornare in strada a camminare tra gli sconosciuti. Ma lei asseconda il mio mutismo. Avverto il suo sguardo posato su di me, non mi dà fastidio.

Morgana si volta verso di noi, sta per dire qualcosa. Forse vuole proporci un drink al Fashion Café, come da loro consuetudine del mercoledì sera. Gaia la zittisce con un gesto perentorio che non avrei dovuto cogliere, un movimento fugace nell’ombra creata dal suo corpo. “Cos’hai distrutto?” Mi ripete.

Sospiro, appesantito dalle implicazioni della sua domanda. Levo la mano dai miei capelli, libero il braccio sinistro dal suo peso leggero sfilandolo con una delicata decisione da sotto la sua schiena: “Se e quando mi amerai davvero, purtroppo, lo saprai.”

E’ il momento giusto per andarmene. Un anaffettivo è fatto così: scappa sempre un istante dopo l’apice della perfezione, prima che si squagli tutto, che la pelle diventi appiccicosa e insopportabile come l’estate. Prima che Morgana ci resti male, o prima che Gaia inizi a stare troppo bene.

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4 pensieri su “la tua mano tesa mi è apparsa

  1. Ho letto il primo racconto mi è piaciuto, mi ricorda un po Leavitt.
    Un po’ rassegnato nelle regole del circuito che spesso vive di regole disumane che depersonalizzano gli individui rendendoli solo degli ooggetti per soddisfare le proprie nevrosi. Quasi dei vibratoriviventi….Suppongo che tu sia Giulio.Io sono Giovanni.E’ stato un vero piacere incrociarti, anche se il luogo è molto anaffettivo…

  2. “Un anaffettivo è fatto così: scappa sempre un istante dopo l’apicedella perfezione, prima che si squagli tutto, che la pelle diventiappiccicosa e insopportabile come l’estate”.

    Sei una persona fantastica. E non scherzo. E sei molto affettivo, altroché

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